Il mistero del collasso della blastocisti: fenomeno fisiologico o difetto?
Dott. Stefano Bernasconi
Embriologo Autore AutorevoleOperante presso: Centro PMA Artemide, Milano
L’introduzione degli incubatori di ultima generazione dotati di telecamera time-lapse integrata (come l’EmbryoScope) ha rivoluzionato il nostro modo di studiare l’embriogenesi umana. Oggi possiamo osservare la crescita cellulare istante per istante senza dover toccare o estrarre l’embrione dall’ambiente protetto. Uno dei fenomeni più curiosi che balza all’occhio è il periodico collasso della blastocisti.
Una blastocisti al quinto o sesto giorno di sviluppo è formata da un guscio esterno (trofoectoderma) che racchiude una cavità interna piena di liquido (blastocele) e un nodo interno di cellule (massa cellulare interna). Improvvisamente, l’infusione interna si sgonfia del tutto provocando il collasso completo dell’embrione, per poi rigonfiarsi nel giro di poche ore.
Questo dinamismo biologico suscita spesso timore ad un primo sguardo occasionale, ma si tratta di una transizione del tutto fisiologica. Il collasso, o "contrazione embrionale", serve alla blastocisti per stimolare meccanicamente l’assottigliamento della dura membrana protettiva esterna (zona pellucida). Questo stress indotto favorisce la successiva fuoriuscita dell’embrione (detta sgusciamento o hatching) indispensabile per attecchire fisicamente all’endometrio.
Il monitoraggio continuo ci permette di distinguere se il numero ed il tempo di queste contrazioni rientrano nei parametri indicativi di vitalità ottimali o se svelano una debolezza energetica mitocondriale, aggiungendo preziose tessere al mosaico della corretta selezione dell’embrione ideale.
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