Come raccontare la storia del concepimento eterologo al futuro bambino
Dott.ssa Chiara Moretti
Psicologo Autore AutorevoleOperante presso: Studio di Sostegno alla Riproduzione, Roma
L’approdo all’eterologa solleva inevitabilmente una delle questioni cruciali della genitorialità: "Se avremo un bambino, come e quando gli diremo che è nato tramite una donazione?". Spesso, per preservare la tranquillità familiare, si è tentati di seppellire la verità sotto un velo di silenzio, ritenendo che il bambino "non abbia bisogno di sapere".
Oggi, la psicologia dello sviluppo e gli studi sull’attaccamento sconsigliano vivamente il segreto familiare. I bambini possiedono un’intuizione emotiva formidabile e percepiscono i non detti o i taboo non risolti dei genitori. Rivelare le origini non indebolisce la figura del genitore sociale, bensì ne consolida l’onestà e l’autorevolezza affettiva.
Il periodo ideale per iniziare a parlarne si colloca nella prima infanzia (dai 3 ai 5 anni), utilizzando fiabe illustrate personalizzate e metafore semplici ma chiare. Spiegare che "c’era un seme e una culla d’amore, ma mancava un pezzettino che un medico gentile ha chiesto in dono a una persona generosa" normalizza il racconto delle origini prima che si generi un reale taboo intellettuale.
Crescere conoscendo la propria intera storia biografica consente al futuro bambino di costruire un’identità solida, libera dal peso del mistero genetico ed ancorata alla certezza incondizionata di essere stato fortemente voluto ed amato.
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