Compatibilità Immunologica ed Endometriale: La scienza dietro i fallimenti di impianto
Dott. Stefano Bernasconi
Embriologo Autore AutorevoleOperante presso: Centro PMA Artemide, Milano
Ottenere una blastocisti euploide (cromosomicamente sana) in laboratorio è un traguardo eccezionale, ma rappresenta solo metà dell’opera. L’altra metà si gioca all’interno dell’utero materno. Il fallimento d’impianto ricorrente (RIF) — definito tradizionalmente come la mancata gravidanza dopo il trasferimento di 3 o più embrioni di ottima qualità — spinge i medici a indagare l’enigmatica interfaccia materno-fetale.
Perché un endometrio dovrebbe respingere un embrione vitale? La risposta risiede in un delicatissimo equilibrio immunologico. Durante l’impianto, l’utero non deve comportarsi come una barriera difensiva aggressiva, bensì tollerare attivamente un corpo parzialmente estraneo (che possiede il 50% di geni paterni o, nel caso dell’eterologa, il 100% di geni estranei).
Le cellule principali regolatrici di questo processo sono le Uterine Natural Killer (uNK). A differenza delle NK presenti nel sangue periferico, che uccidono i virus o le cellule tumorali, le NK uterine secernono citochine infiammatorie favorevoli e regolano l’invasione del trofoblasto, cioè la formazione della placenta. Se queste cellule sono presenti in eccesso o difetto, o hanno un’attivazione aberrante, l’attecchimento fallisce.
Oggi la genetica permette di studiare il matching tra i recettori KIR (presenti sulle cellule NK materne) e i ligandi HLA-C (presenti sull’embrione). Alcune combinazioni regolatrici (come la combinazione KIR AA materna con l’HLA-C2 embrionale) possono indurre un’attivazione anomala che ostacola l’annidamento della placenta. Nei cicli di eterologa avanzati, le cliniche di alto livello utilizzano l’intelligenza artificiale per accoppiare donatrici e riceventi garantendo la compatibilità KIR-HLA totale.
Sotto il profilo endometroscopico, l’endometrite cronica (un’infezione batterica persistente e asintomatica della mucosa uterina) gioca un ruolo altrettanto nocivo. Fortunatamente, una biopsia endometriale con ricerca immunostochimica del marker CD138 consente di identificarla con assoluta precisione, risolvendola con un ciclo mirato di antibiotici specifici prima del transfer successivo.
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